A.N.M.I.-Associazione-Marinai-d'Italia: Gruppo di Carrara

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Motti  riportati  da "I MOTTI DELLE NAVI ITALIANE" (Uff. storico M.M.  ed. 1998) delle navi che parteciparono alla Battaglia di Matapan-Gaudo. Riportato  anche l'epilogo finale delle unità-

La Prima squadra  composta da  Vittorio Veneto (classe Littorio) modernissima ammiraglia della squadra navale italiana  partita da Napoli alle ore 21.00 del 26 marzo scortata dalla XIII squadriglia caccia (tutti della classe Soldati, cioè Granatiere, Bersagliere, Fuciliere, Alpino), che aveva preso il largo alle 5,30 del 27  da Messina insieme con la 3° divisione incrociatori pesanti dell'Ammiraglio Luigi Sansonetti (incrociatori Trieste, Trento e Bolzano da 13000 tonnellate, tutti classe Trento, con otto cannoni da 203/50 come armamento principale) , e la XII squadriglia caccia (anch'essi della classe Soldati, Corazziere, Carabiniere e l'Ascari), unitisi tutti insieme in un'unica formazione allo scopo di dirigersi a sud di Creta, presso lo stretto di Cerigo, per contrastare i segnalati convogli britannici provenienti da Egitto e Cirenaica verso la Grecia.

VITTORIO VENETO
Nave da Battaglia
(1937-1948)

Non risulta nessun motto

VICTORIA NOBIS VITA
"Per noi la vittoria è vita"*  

* Il motto risulta assegnato porta elicotteri V.Veneto (1969-2006)

Un riferimento alla battaglia che ha segnato la vittoria della prima guerra mondiale. Motto un tempo appartenuto all'Emanuele Filiberto Duca d'Aosta

  E P I L O G O

Il Vittorio Veneto, con l'Italia (ex Littorio), lasciò l'internamento ( Laghi Amari;grande lago salato all'uscita del canale di Suez) per tornare in patria il 5 Febbraio 1946, giungendo ad Augusta il 9 Febbraio. Secondo il Trattato di pace essa sarebbe dovuta essere assegnata alla Gran Bretagna, che rinunziò a tale diritto chiedendone però la sua radiazione. Essa si trasferì quindi a la Spezia dove fu posta in disarmo il 3 Gennaio 1948. Rimase ormeggiata in una darsena dell'arsenale di La Spezia con personale sempre più ridotto e sempre più cannibalizzata nel materiale utile. Nel 1951 questa agonia ebbe termine quando la commissione alleata di armistizio pretese dietro insistenze vibranti da parte dell'Unione Sovietica che fossero tagliate le volate dei cannoni. Mutilata nella sua potenza, progressivamente aggredita dalla ruggine il Vittorio Veneto fu portato a "morire" nei primi anni 60, demolito a pezzo a pezzo per diventare metallo per fonderie. In una maniera ingloriosa si chiuse la vita di questa bella unità navale, vanto della Regia Marina e dell 'Italia tutta che aveva dimostrato sui mari la validità costruttiva dei nostri cantieri navali e le doti dei suoi equipaggi.

Le lettere di ottone che componevano il nome scritto a poppa  sono adesso in mostra al Museo navale di Venezia.

GRANATIERE
Cacciatorpediniere
(1939-1958)

A ME LE GUARDIE

Il motto, anche del 1° Reggimento Granatieri dell'Esercito italiano, per il cacciatorpediniere 1939/1958 è stato modificato dalla sua forma originaria nel 1946 a seguito della caduta della monarchia.

E P I L O G O

All'inizio del 1956 viene posto in riserva a Taranto ; ad Aprile del 1957 viene riclassificato come fregata; nel 1958 viene posto in disarmo; il 1° luglio 1958 viene radiato; nel 1960 inizia la sua demolizione.

 

BERSAGLIERE
Cacciatorpediniere
(1939-1943)

PRO PATRIE ET REGE
"Per la patria e per il Re"

Può essere interessante ricordare l'insegna di Colbert, ministro per Marina di Luigi XIV, "Pro rege saepe", "pro patria semper" (spesso il per il re, sempre per la patria). Il motto del Bersagliere era assegnato in italiano o in latino anche alle navi scuola (Vittorio Emanuele e Amerigo Vespucci fino al 1946) e al Ciclope e Regina Elena, alla nave reale Trinacria e figurava sul lato interno della torretta dell'Accademia Navale di Livorno durante le monarchie.

E P I L O G O

Il 17 gennaio 1943 era all'ormeggio al molo sud  del porto di Palermo.Alle 16.25  dieci bombardieri  della 9th USAAF apparvero sui cieli del capoluogo siciliano: iniziò un bombardamento aereo che aveva per obbiettivo il porto e le navi all'ormeggi. Come spesso era accaduto , le bombe raggiunsero l'obbiettivo, oltre l'affondamento del Bersagliere  alcune bombe caddero anche nel centro storico provocando una vera e propria strage di civili: 139 le vittime  tra la popolazione.
Appena cinque minuti dopo l'attacco, alle ore 16,30, il Bersagliere veniva raggiunto da due bombe che causarono lo sbandamento a dritta, poi rapidamente si rovescio sullo stesso lato e affondò  accanto al molo. Le vittime del Bersagliere furono 59, tra cui il C.F. Anselmo Lazzarini comandante dell'unità

FUCILIERE
Cacciatorpediniere
(1939- 1960

IDEM ANIMUS EADEM VOLUNTAS
"Pari alla volontà il coraggio"

Un riferimento ai Fanti del Regio Esercito. Motto posseduto anche dal Brindisi.

E P I L O G O

Finita la guerra, il trattato di pace previde l'assegnazione del Fuciliere all'Unione Sovietica come risarcimento dei danni di guerra La consegna dell'unità e di quasi tutte le altre navi destinate ai sovietici sarebbe dovuto avvenire nel porto di Odessa. Il trasferimento sarebbe dovuto avvenire con equipaggi civili italiani sotto il controllo di rappresentanti sovietici e con le navi battenti bandiera della Marina Mercantile, con le autorità governative italiane responsabili delle navi sino all'arrivo nei porti dove era prevista la consegna. Per prevenire possibili sabotaggi, le navi dei primi due gruppi sarebbero state condotte ai porti di destinazioni senza munizioni a bordo, che sarebbero state trasportate successivamente a destinazione con normali navi da carico..
Denominato Z 20, il cacciatorpediniere raggiunse Odessa con un equipaggio della marina mercantile, entrando a far parte della Marina Sovietica il 10 o 31 gennaio 1950.
L'ex Fuciliere cambiò più volte il nome assegnato: inizialmente rinominata Nastoitchivyi e poi Byedovyi, ebbe il nome definitivo di Legkij (in russo: Легкий) dopo la consegna.
La nave nella Marina sovietica venne inquadrata nella Flotta del Mar Nero e al cui comando venne designato il Capitano di 2º rango Kostantin Staricyn Il 30 dicembre 1954, la nave venne privata del suo armamento e classificata nave bersaglio con la denominazione CL 57.
Nel marzo 1958 venne utilizzata come nave di addestramento statico ed assegnata alla 78ª Brigata di addestramento per essere poi  il 21 gennaio 1960. Fu successivamente avviata alla demolizione.
Il cofano della bandiera di guerra del Fuciliere è conservato a Roma al Sacrario delle bandiere del Vittoriano ed è lo stesso cofano in cui era conservata la bandiera di guerra del precedente omonimo cacciatorpediniere varato nel 1909.

 

ALPINO
Cacciatorpediniere
(1939/1943)

DI QUI NON SI PASSA

E' il motto tradizionale degli alpinisti; trae origine da un brindisi pronunciato dal Generale degli Alpini Pelloux durante un pranzo di Ufficiali convenuti a Roma in occasione della visita di Gugliemo II di Germania al Re d'Italia.

E P I L O G O

Nella notte tra il 18-19 aprile 1943 l'Alpino era ormeggiato alla testata del molo Italia( sul lato sinistro  del molo), vicino al faro. L'allarme aereo suonò intorno a mezzanotte, quando l'equipaggio della nave era già andato a dormire tutti furono svegliati dal suono delle sirene ed il comandante C.V. Candido Bigliardi visto che i bombardieri restavano ad alta quota fuori tiro delle armi antiaree dell'unità per non far correre rischi inutili ai suoi uomini li fece sbarcare inviandoli ai rifugi antiaerei a terra. Al suono delle sirene segui il rombo di 178 quadrimotori Lancaster e cinque  Halifax.
Le bombe iniziarono a cadere all'1,36, e l'incursione  in due ondate, ebbe fine solo alle 2,40. I nebbiogeni per l'annebbiamento del porto funzionarono abbastanza bene , la contraerea invece lasciò qualche perplessità (un solo aereo andò perduto). Poco dopo le'una di notte , due bombe caddero in rapida successione a meno di dieci metri l'una dall'altra  dalle postazioni delle mitragliatrici,la prima colpi gli scogli , la seconda subito dopo, colpi in pieno l'Alpino, scatenando un vasto incendio ed una serie di esplosioni. Anche parecchi  spezzoni incendiari  caddero a bordo, innescando altri incendi e circondando la nave di nafta fuoriuscita dai suoi stessi serbatoi colpiti. Si diede ordine di aprire le valvole Kingston, per allagare i depositi munizioni prima che le fiamme  li raggiungessero: Vista la situazione, il comandante diede l'ordine di abbandonare la nave portando in salvo i feriti. Avvolto dalle fiamme  e colpito da una seconda bomba l'Alpino scosso  dall'esplosione di un deposito munizioni che fece staccare la poppa  dal resto della nave, affondo nelle acque del porto alle ore 2,35, lasciando emergere solo la parte superiore della plancia  ed il fumaiolo. Le vittime  dell'Alpino furono 44.

TRIESTE
Incroc. Pesante (13.00 Tonn)
(1928-1943)

REDENTA REDIMO

Il motto potrebbe aver trovato origine nel discorso dal titolo "La grande Proletaria s'è mossa" che Giovanni Pascoli tenne a Barga nel 1911 in occasione della guerra con la Turchia per la conquista della Libia, nel quale il poeta disse: "La grande Proletaria..... pur mò redente, doveva a sua volta divenire redentrice".

E P I L O G O

Alle 14,45 del 10 aprile 1943 il Trento era ormeggiato alla Maddalena La totale assenza di radar od aerofoni fece sì che la formazione aerea attaccante fosse stata avvistata solo quando era praticamente giunta sulla base: non trascorsero infatti che uno o due minuti dall’allarme, prima che 84 quadrimotori statunitensi, dei Boeing B-17 “Flying Fortress” della 9th, 12th e 15th USAAF, apparissero dalla direzione del sole – nordovest – volando a 5000-6000 metri di quota (5700 secondo fonti statunitensi). Erano decollati dagli aeroporti statunitensi dell’Algeria ed avevano degli obiettivi precisi: 24 aerei (del 301stBomb Group del 32nd Bomb Squadron) avrebbero attaccato la base dei sommergibili, 36 (del 2nd e 97thBomb Group) il Gorizia, e 24 (appartenenti al 99th Bomb Group della 12th USAAF, facente parte della Northwest African Strategic Air Force, al comando del maggior generale James Harold “Jimmy” Doolittle, autore del primo famoso raid statunitense su Tokyo nel 1942) proprio il Trieste. Ognuno aveva nel suo ventre cinque bombe da quasi mezza tonnellata ciascuna.
Le 24 fortezze volanti destinate al Trieste erano divise in due squadre di dodici velivoli ciascuna, che effettuarono il bombardamento seguendo il metodo d’attacco «MTO» a formazioni sovrapposte, formate da “quadrati oscillanti” di sei losanghe sovrapposte, con lo sgancio di 120 bombe da 1000 libbre (con spoletta all'ogiva di 1/10 di secondo e spoletta posteriore di 25 millesimi) a saturazione.
Tutti i pezzi della contraerea a terra aprirono il fuoco in una debole reazione, ma era inutile: gli aerei volavano al di fuori della portata dei vetusti cannoni.
Non appena giunsero sulla Maddalena, i bombardieri americani si divisero nei tre gruppi come prescritto, poi ognuno dei tre si diresse verso il proprio obiettivo.
Ad avere la peggio, però, fu il Trieste: senza nemmeno che l’incrociatore avesse il tempo di aprire il fuoco con il proprio armamento antiaereo, più di 120 bombe da 1000 libbre (oltre 450 kg) caddero tutt’intorno, e, quel che è peggio, sulla nave stessa, i cui ponti corazzati, spessi 5-6 centimetri, non poterono arrestare la caduta degli ordigni. Una bomba cadde all’estrema poppa, perforò il ponte di coperta ed aprì una grossa falla, altre due (almeno) colpirono il quadripode e distrussero la plancia comando, la plancia ammiraglio, la stazione di direzione del tiro antiaereo ed antisilurante, altri ordigni ancora perforarono il ponte di coperta ed il ponte di batteria per poi esplodere nella sala caldaie prodiera, sul lato sinistro, demolendo la parte sinistra del fumaiolo prodiero (per altra fonte, addirittura l’intero fumaiolo venne asportato dalla tremenda esplosione; uno dei piloti statunitensi ritenne che una delle bombe sganciate dal suo aereo fosse entrata esattamente nel fumaiolo). Parecchie altre bombe caddero vicinissime allo scafo, a dritta ed a sinistra, scoppiando sotto la linea di galleggiamento e causando aperture laterali nello scafo con la sola concussione, scardinando i corsi della corazza e del fasciame e facendo così rapidamente allagare i locali caldaie, motrici e turbodinamo di poppa; una, in particolare, esplose vicinissima alla carena e causò uno schiacciamento, che aprì una grossa falla sul lato di dritta, tra centro nave e poppa. Altre bombe esplose all’esterno dello scafo aprirono un’altra falla che causò il rapido allagamento dei locali diesel e dinamo, il che impedì completamente di utilizzare i mezzi di esaurimento e dunque di arginare gli allagamenti.  Le esplosioni fecero sobbalzare notevolmente lo scafo, facendo mancare ovunque l’energia elettrica e precipitando gli interni della nave nel buio, mentre gli uomini correvano confusamente ai propri posti, spesso solo per trovare le armi già inutilizzabili.
 Il bombardamento era durato solo sei minuti: abbastanza per cancellare l’ultima divisione di incrociatori pesanti rimasta all’Italia.
Nel disastro, la diversa protezione tra i classe “Trento” e gli “Zara” fece la differenza: mentre il Gorizia, pur gravissimamente danneggiato, con decine di vittime tra l’equipaggio, rimase a galla e riuscì infine a trasferirsi a La Spezia per le riparazioni (che non vennero però mai terminate), la sorte del Trieste fu segnata. Mentre l’allagamento causato dallo squarcio apertosi a centro-poppa sul lato di dritta risultava incontenibile, l’incrociatore andò lentamente appoppandosi e sbandando sulla dritta, finché alle 16, constatando che la sua nave era ormai pericolosamente sbandata a dritta (per altra fonte, verosimilmente erronea, a sinistra) e che tutti i tentativi di arrestare il capovolgimento erano ormai vani, il comandante del Trieste, C.V. Rosario Viola, radunò i pochi uomini rimasti, li esortò a lanciare un ultimo “Evviva il Trieste” e poi ordinò di abbandonare la nave. Gli uomini ebbero il tempo di trasbordare sulle numerose imbarcazioni accorse dalla Maddalena, mentre la nave affondava con grande lentezza. Altri preferirono gettarsi direttamente in acqua e raggiungere la riva a nuoto.
Poi, il Trieste si capovolse sul lato dritto ed affondò di poppa in 17 metri d’acqua, scivolando sotto la superficie alle 16.13 ed adagiandosi capovolto sul fondale fangoso della rada, nel punto 41°11’204” N e 009°22’193” E. La III Divisione Navale aveva cessato di esistere.
Dell’equipaggio del Trieste morirono 4 ufficiali, 6 sottufficiali e 67 sottocapi e marinai, mentre altri 6 sottufficiali e 69 sottocapi e marinai furono feriti gravemente. Il bilancio avrebbe potuto essere molto più pesante se non fosse stato per la partita, che aveva fatto sì che parte degli oltre mille uomini dell’equipaggio si trovasse a terra, al sicuro.

TRENTO
Incroc. Pesante (13.00 Tonn)
(1929-1942)

NOMEN NEPTNUS DEDIT DABO NEPTUNO GLORIAM
"Nettuno mi diede il nome, a Nettuno darò la gloria"

Il motto allude al tridente, simbolo di Nettuno, dal quale derivano il nome Trento e l'aggettivo geograficamente "tridentino".

E P I L O G O

La mattina del 15 giugno 1942 mentre stava navigando con una flotta da battaglia per intercettare un convoglio di rifornimenti alleati diretti a Malta in quella che era l'Operation Vigorous  venne attaccato ed affondato da due siluri. Il primo siluro, lanciato alle 5:15 da un aerosilurante Bristol Beaufort alleato decollato da Malta, immobilizzò il Trento che venne lasciato indietro mentre il resto della flotta proseguiva all'inseguimento del convoglio.
Alle 09:10, mentre veniva trainato dal cacciatorpediniere  Pigafetta venne centrato nel deposito munizioni prodiero da un siluro lanciato dal sottomarino HMS Umbra della Royal Navy  affondando rapidamente. Alle 9:15 l'unità era già affondata.
Il relitto dell'incrociatore Trento si trova a 36°10′N 18°40′E, nel mezzo del mare Ionio dove il Mediterraneo è più profondo.
Morirono 657 uomini dell'equipaggio tra il comandante il Capitano di Vascello Stanislao Esposito l'Ufficiale Addetto allo scafo Giuseppe Bignami e il comandante in 2^ Capitano di Fregata Carlo Emanuele Cacherano d'Osasco che sarebbero stati decorati rispettivamente di Medaglia d'Oro al Valor Militare alla memoria il primo e il secondo, e di Medaglia d'Argento al Valor Militare il terzo.

BOLZANO
Incroc. pesante (13.00 Tonn)
(1933-1943)

A MAGNANIMA IMPRESA INTENTA HO L'ALMA

L'origine del motto non è nota

E P I L O G O

Nel 1942 prese parte alla grande battaglia aeronavale di mezzo agosto. Uscì in mare il 12 agosto assieme al Gorizia, al Trieste, alla VII Divisione e a 11 cacciatorpediniere, per intercettare ed annientare un convoglio britannico già decimato dagli attacchi aerei e subacquei italo-tedeschi. Il comando ritenne però che le navi avrebbero corso il rischio di essere sottoposte a pesanti attacchi aerei e ne ordinò quindi il rientro. Fu sulla rotta di ritorno che le navi caddero nell'agguato del sommergibile britannico HMS Unbroken, che silurò il Bolzano e l'incrociatore leggero Muzio Attendolo. Mentre quest'ultimo riuscì a tornare in porto con i propri mezzi, il Bolzano, in fiamme e imbarcando acqua, dovette essere rimorchiato sino alla vicina Panarea, dove si adagiò sui bassi fondali.
Dopo un mese di lavori fu possibile rimetterlo a galla ed il 15 settembre l'unità venne rimorchiata a Napoli e successivamente a La Spezia per le necessarie riparazioni, che tuttavia non poterono procedere per mancanza di materiale e si era tornati ad ipotizzarne nuovamente la trasformazione in nave "lancia-aerei", che rimase comunque sulla carta. All'annuncio dell'armistizio l'8 settembre 1943, non essendo ancora in condizioni di riprendere il mare, non poté seguire le sorti del resto della squadra navale, costretta dalle clausole armistiziali a trasferirsi a Malta.
Il Bolzano, abbandonato dall'equipaggio il 9 settembre, cadde in mano ai tedeschi che l'indomani lo saccheggiarono (così come anche la popolazione civile). Spogliato di tutto quanto era utilizzabile, l'incrociatore fu abbandonato a se stesso.
Nel timore che i tedeschi potessero affondarlo per bloccare l'entrata del porto della Spezia, gli Alleati lo inclusero fra gli obiettivi di un'incursione di assaltatori misti italo-britannici da compirsi a La Spezia il 22 giugno 1944. Un chariot britannico (mezzo derivato dagli SLC italiani) si portò sotto la carena del Bolzano e vi piazzò una carica esplosiva che esplose affondando la nave.
Nell'aprile del 1945, quando gli alleati entrarono alla Spezia, venne ritrovato affondato e capovolto in rada. Recuperato alla fine del conflitto venne successivamente demolito

CORAZZIERE
Cacciatorpediniere
(1939-1943)

VIRTUS IN PERICULIS FIRMIOR
" Il valore si rafforza  nei pericoli"

Motto tradizionale dei Corazzieri (Squadrone  Carabinieri e guardie del Re) poi assegnato al sommergibile Topazio.

E P I L O G O

Il 5 febbraio 1943 al rientro da una missione  trasporto truppe a Tunisi entrò in collisione  con una motozattera tedesca nei pressi di un campo minato. il Corazziere subì una falla  di 10-12 metri a prora , sulla dritta, con allagamenti. Macchine ferme, controllo dei danni, molta preoccupazione per l'avvicinarsi dei campi minati. quando finalmente la situazione si chiari, il Corazziere mosse per Trapani dove furono sbarcate le munizioni, siluri e mine. Lo stesso mese arrivò a Palermo dove furono eseguite riparazioni provvisorie  mentre il lavoro definitivo doveva essere eseguito a Napoli. Il 15/2/43 appena arrivato a Napoli l'unità si trovò sotto un intenso bombardamento da parte di numerosi B17 americani. Il corazziere perforato da due bombe a prora  che scoppiarono sotto la chiglia, spezzandola. L'unità perse 22 metri  di prora,che si inclinò in avanti  e si staccò affondando. Comunque non vi furono ne morti ne feriti.  La nave stava affondando perche le pompe di esaurimento non bastavano e ne furono mandate alcune da Marina Napoli.
Il primo aprile 1943  fu rimorchiato assieme al Maestrale che aveva perso la poppa sulle mine  a Genova per i lavori. L'8 settembre 1943, alla proclamazione dell'armistizio, solo una quarantina di uomini erano rimasti con la nave, e la sera stessa fu auto affondata. Essendo la nave affondata rimanendo in assetto, il recupero da parte tedesca fu rapido ed agevole. Comunque l'unità non tornò mai più in servizio: parzialmente demolita dai tedeschi, fu affondata nel porto di Genova durante un pesante bombardamento aereo, il 4 settembre 1944 mentre altre fonti riportano invece il suo autoaffondamento ad opera dei tedeschi stessi nell'aprile 1945.

ASCARI
Cacciatorpediniere
(1939-1943)

Non risulta nessun motto

DA UNA FEDE AVVINTI*

* Il motto risulta assegnato all'ASCARO
(Torp.1921-1930)

Il motto vuole esprimere la fedeltà all'Italia degli ascari. I soldati indigeni delle colonie italiane in Africa.

E P I L O G O

Il 24 marzo 1943, nei pressi di Capo Bon per portare soccorso ai naufraghi del cacciatorpediniere Malocello (affondato su una mina) affondò a sua volta dopo aver urtato una mine che gli asportarono prua e poppa e successivamente lo spezzarono in due tronconi. Morirono il comandante Capitano di Fregata Mario Gerini e  193 uomini dell’equipaggio su un totale di 325, più un centinaio di soldati tedeschi imbarcati sull’unità.

 

S E C O N D A      S Q U A D R A

La seconda  squadra,  formata da due formazioni di incrociatori, partite tra le 21 e le 23 da  Taranto  composte da 1° divisione incrociatori pesanti, tutti classe Zara( Zara, Pola e Fiume da 15.000 tonn. armati con otto cannoni da 203/53) con la scorta della IX squadriglia caccia (le unità classe Poeti, cioè Alfieri, Carducci, Oriani e Gioberti), posta a capo dell'Ammiraglio Carlo Cattaneo, e da Brindisi l'8° divisione incrociatori leggeri  (con i modernissimi e veloci incrociatori classe Condottieri, il Luigi Savoia Duca degli Abruzzi e il Giuseppe Garibaldi da 11.000 tonnellate, con otto cannoni da 152/55), col supporto della XVI squadriglia caccia (Nicoloso Da Recco ed Emanuele Pessagno, ambedue classe Navigatori), al comando dell'Ammiraglio Antonio Legnani, con l'ordine di recarsi a nord della grande isola contesa, sia per contrastare il traffico marittimo sia per effettuare bombardamenti contro costa verso la baia di Suda.

 

Le navi affondate a Matapan facevano parte tutte della seconda squadra

FIUME
Incroc. pesante( 15.00 tonn)
(1931-29-03-1941)

SIC INDEFICIENTER VIRTUS 
"Così il valore, inesauribile"

Si riferisce al motto INDEFICIENTER ( senza fine, inesauribile) che fin dal 1659 figura sullo stemma della città di Fiume insieme con un anfora che versa acqua, allusiva al nome della città.

E P I L O G O

Trovatosi gravemente sbandato a dritta con numerosi incendi a bordo, il Comandante diede l’ordine di abbandonare la nave. Alle ore 23.15 la prua del Fiume si alzò sul mare e dopo pochi secondi scomparve per sempre. L'unità ebbe 813 uomini morti.

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POLA
Incroc. pesante( 15.00 tonn)
(1932-29-03-1941)

ARDISCO AD OGNI IMPRESA

Il motto ricorda l'impresa di forzamento del porto di Pola da parte della R. Marina nel 1918, antesignana di quelle dei mezzi d'assalto della seconda guerra mondiale. Motto poi assegnato al Castore.

E P I L O G O

Nella fase di  rientro, fu immobilizzato da siluramento aereo. Gli incrociatori Zara e Fiume mandati a soccorrerlo furono sorpresi e affondati dalle navi da battaglia inglesi. Il Pola fu scoperto alle 0re 23.45 dalle unità inglesi,  alle ore 3.25 il CT Jervis  affiancò l’unità, che aveva già effettuato le manovre di autoaffondamento, poi gli lanciò contro un siluro, imitato subito CT “Nubian”.
I
n percentuale, le perdite del Pola furono di molto inferiori a quelle delle altre unità, ciò è dovuto al fatto che la nave non fu cannoneggiata dalle corazzate inglesi, ma affondata in un secondo tempo, dopo l'abbandono da parte dell'equipaggio. Fu comunque un numero di vittime elevato: perirono 328 uomini su 1041 imbarcati. Tutti i superstiti, incluso il comandante C.V. Manlio De Pisa, furono fatti prigionieri.

 

ZARA
Incroc. pesante( 15.00 tonn)
(1930- 29-03-1941)

TENACEMENTE

 

E P I L O G O

Seguì la sorte del Pola;  ricevette 4 bordate dalla “Warspite, 5 dalla “Vailant ed altrettante dalla “Barham”. Fu definitivamente affondato da 3 siluri lanciati dal Ct “Jervis che colpirono i depositi munizioni facendo saltare la carcassa semiaffondata in alto. Perirono 782 uomini dell'equipaggio.

Vittorio ALFIERI
Cacciat. (1.900 tonn.)
(1937-29-03-1941

Non risulta nessun motto

 

E P I L O G O

All'inizio del combattimento lAlfieri  era la terza unità della fila, preceduto dal Fiume e seguito dal Gioberti, nonché, in qualità di caposquadriglia, la prima della fila dei cacciatorpediniere; fu colpito ripetutamente dalle granate sparate dalle corazzate avversarie, subendo gravi danni e restando immobilizzato. Nonostante ciò, fu l'unica unità italiana a riuscire a rispondere al fuoco. Il complesso da 120 di prua, nonostante avesse ricevuto l'ordine di abbandonare la nave, sparò quattro salve. Per questo motivo fu conferita la medaglia di bronzo al valor militare al cannoniere Rocco Rizzi, matr.31530. Un gruppo di superstiti, guidato dal tenente di vascello Vito Sansonetti, lanciò due o tre siluri contro un cacciatorpediniere nemico, senza riuscire però a colpire il bersaglio. Ridotto ad un relitto in fiamme, l’Alfieri fu finito dal cacciatorpediniere HMS Stuart. Colpito da un siluro, saltò in aria ed alle 23.30 si inabissò trascinando con sé gran parte dell'equipaggio, incluso il comandante Toscano, che rifiutò di lasciare la propria nave. Per questo motivo, alla memoria dell'ufficiale fu conferita la Medaglia d'oro al valor militare. La medesima decorazione fu tributata al capitano Giorgio Modugno del Genio Navale, che dopo aver combattuto strenuamente scampò all'affondamento della nave. Raggiunta una zattera, rinunciò a salirvi per dare precedenza ai numerosi feriti, e alla fine, stremato, scomparve in mare. Sette altri membri dell'equipaggio ricevettero la medaglia d'argento o di bronzo.

Dei sopravvissuti all'affondamento, 23 furono recuperati, e fatti prigionieri, dalle navi inglesi; gli altri, parte in acqua e parte a bordo di zatterini, rimasero in mare per diversi giorni e furono in gran parte uccisi dal freddo, dalla fame, dalla sete, dalle ferite, dalla follia

Alle 21 del 31 marzo la nave ospedale Gradisca, inviata a soccorrere i naufraghi delle navi affondate nella battaglia, sentì gridare e poco dopo avvistò in posizione 35°41' N e 21°11' E una zattera, dalla quale recuperò quattro sopravvissuti dell’Alfieri; questi dissero che nella stessa area si trovavano altri naufraghi. A partire dalle 5.25 del 1º aprile furono individuate in successione 18 zattere dalle quali vennero tratti in salvo altri gruppi di superstiti sia dell’Alfieri che (nella grandissima maggioranza) del Fiume, in tutto 118 uomini

In tutto, dei 257 uomini che formavano l'equipaggio dell’Alfieri, 211 morirono o risultarono dispersi, 23 furono fatti prigionieri ed altrettanti furono recuperati dalla Gradisca

Giosuè CARDUCCI
Cacciat. (1.900 tonn.)
(1937-29-03-1941)

Non risulta nessun motto

 

Nel combattimento il Carducci, che era la penultima unità della fila, preceduto dal Gioberti e seguito dall’Oriani, si lanciò contro le navi britanniche, emettendo cortine fumogene nell'inutile tentativo di coprire gli incrociatori, permettendo però così all’Oriani ed al Gioberti di ripiegare e scampare al massacro. Poco dopo, alle 23.45 , il Carducci, centrato e devastato dalle salve delle corazzate britanniche, fu abbandonato dai superstiti; il cacciatorpediniere britannico Havock ne avvistò il relitto in fiamme e alla deriva e lo finì lanciandogli un siluro, che lo fece saltare in aria
I sopravvissuti all'affondamento, parte in acqua e parte a bordo di zatterini, rimasero in mare per diversi giorni e in gran parte morirono; contribuì a limitare le perdite l'operato del comandante Ginocchio(Medaglia d'oro al valore) , che tenne insieme i superstiti e cercò di evitare che la follia e lo sconforto potessero coglierli, facendo cantare e recitare la preghiera del marinaio.
Alle 14.12 del 2 aprile la nave ospedale Gradisca, mandata a soccorrere i naufraghi delle navi affondate nella battaglia, avvistò in posizione 35°56' N e 21°14' E due zattere, recuperando da esse in tutto 21 superstiti del Carducci. Tra le 12.38 e le 14.06 del 3 aprile la Gradisca individuò e soccorse altre quattro zattere del Carducci, traendo in salvo in tutto 14 uomini.

Complessivamente, dei i 204 uomini che formavano l'equipaggio del Carducci, 169 morirono o risultarono dispersi e 35 (incluso il comandante Ginocchio) furono tratti in salvo.

 

Navi della seconda squadra scampate alla battaglia di Matapan


Duca degli Abruzzi
Incr . leggero( 11.00 tonn)
(1937-1961)

 Non risulta nessun motto

 

E P I L O G O

Nel 1961, l'unità è stata messa in disarmo, cedendo il ruolo di ammiraglia della flotta al gemello Garibaldi rientrato in squadra dopo avere ultimato i lavori di trasformazione.
La bandiera dell'unità è conservata a Roma, presso il Sacrario delle Bandiere del Vittoriano.


G.GARIBALDI
Incr . leggero( 11.00 tonn)
(1937-1971)

OBBEDISCO 

E' la storica risposta di Garibaldi da Bezzecca (9 agosto 1866) alle ingiunzioni di La Marmora di desistere dall'avanzata su Trento e di ritirarsi dal Trentino

lE P I L O G O

Il Garibaldi venne ufficialmente radiato  il 16 novembre 1976 e il 3 novembre 1978 alle ore 0:15, con l'apertura del Ponte Girevole ha attraversato a rimorchio per l'ultima volta il canale navigabile di Taranto per raggiungere La Spezia dove sarebbero avvenuti i lavori di demolizioni a cura dei Cantieri del Tirreno di Genova, dopo essere stato parzialmente smantellato dopo la sua messa in disarmo a partire dal 1972.
Le due bandiere di combattimento che l'unità ha ricevuto sono conservate in due cofanetti al Sacrario delle Bandiere del Vittoriano. Il motto "OBBEDISCO" è invece alla base della Maddalena.

NICOLOSO DA RECCO
Cacciat. (1.900 tonn)
(1930-1954)

ARDISCI  E VINCI

 

E P I L O G O

Disarmato il 15 luglio 1954 e radiato due settimane più tardi, si pensò di farne una nave museo, ma il progetto fu abbandonato e l'unico superstite della classe Navigatori fu avviato alla demolizione


Emanuele PESSAGNO
Cacciat. (1.900 tonn)
(1930-1942)

SUPERARE E SUPERARSI

E' possibile un riferimento al grande ammiraglio genovese al servizio del Portogallo nel XIV secolo

E P I L O G O

Alle 4.30 del 27 maggio 1942 il Pessagno, al comando del capitano di fregata Antonio Dallai, salpò da Brindisi alla volta di Bengasi, scortando il piroscafo Anna Maria Gualdi.
Poche ore dopo, alle 10.40, Pessagno e Gualdi si congiunsero, al largo di Leuca, con il cacciatorpediniere Antonio Pigafetta (capitano di fregata Morra) ed il piroscafo Capo Arma, salpati da Taranto alle 2.50 e diretti anch’essi a Bengasi. Le quattro navi formarono un unico convoglio, avente come caposcorta il Pigafetta.
I britannici erano a conoscenza di questi movimenti: lo stesso 27 maggio, infatti, decrittazioni di “ULTRA” avevano permesso loro di sapere che “il Gualdi e il Capo Arma, scortati dai cacciatorpediniere Pessagno e Pigafetta, dovevano lasciare Brindisi e Taranto alle 04.00 del giorno 27 per Bengasi, ove sarebbero arrivati alle 15.00 del giorno 29”.
Nella notte tra il 27 ed il 28 maggio, alle 00.45, il convoglio venne puntualmente avvistato da ricognitori e poco dopo attaccato da aerei, ma non subì alcun danno. Nella giornata del 28, le quattro navi vennero nuovamente localizzate da un ricognitore decollato da Malta; Supermarina ne intercettò il segnale di scoperta e lo ritrasmise subito al caposcorta, ordinandogli di cambiare rotta. Ma anche sulla nuova rotta, il convoglio venne nuovamente avvistato ed attaccato da sommergibili; grazie alle contromanovre delle navi ed alla reazione dei velivoli tedeschi della scorta aerea, anche questi attacchi andarono a vuoto.
Alle 00.10 del 29 maggio il convoglio venne sorvolato ancora una volta da aerei britannici, che questa volta non lo lasciarono più. Fin dalle 22.10 del 28, però, le navi italiane erano state avvistate da un nemico ancor più pericoloso: il sommergibile britannico Turbulent (capitano di fregata John Wallace Linton), che aveva avvistato il convoglio diretto verso sud su rilevamento 325°, in posizione 33°51’ N e 18°54’ E. Linton stimò la velocità dei bastimenti avversari in 12 nodi (sbagliava leggermente: era in realtà di 10 nodi), mentre non riuscì a fare una stima affidabile della rotta e distanza del convoglio, a causa della foschia. Decise comunque di portarsi in posizione avanzata rispetto al convoglio; alle 22.45 si trovava al suo traverso e valutò la sua rotta come 160°.
Portatosi più a proravia, il Turbulent perse in breve il contatto con le navi italiane a causa dell’aumento della foschia, così, alle 23.01, cambiò rotta ed aumentò la velocità per ritrovarle: ci riuscì alle 23.20, quando avvistò nuovamente il convoglio, che aveva rotta apparente 200°. Di nuovo iniziò a manovrare per portarsi a proravia del convoglio, che alle 00.50 del 29 accostò per 160° e poi per 140°.
Inizialmente Linton progettava di attaccare il convoglio all’alba, ma all’1.30, dato che il tempo non accennava a cambiare (e permaneva quindi il rischio di essere avvistato da aerei all’alba), decise di attaccare quella notte stessa, immerso, alla luce della luna.
Alle 2.37 il Turbulent s’immerse cinque miglia a proravia del convoglio, a 2,7 km dalla rotta su cui questo sarebbe dovuto passare, ed alle 3.01 avvistò di nuovo le navi italiane, un po’ più vicine del previsto. Inizialmente Linton non vide il cacciatorpediniere di scorta sul lato più vicino al Turbulent, ma lo avvistò poco dopo, alle 3.04, molto più vicino del previsto: praticamente davanti a lui, con rotta di collisione. Il cacciatorpediniere non si accorse, comunque, della presenza del sommergibile.
Alle 3.09 (3.11 per altra fonte), mentre era in corso il terzo attacco aereo della notte, ed il convoglio procedeva con i piroscafi in linea di fronte ed i cacciatorpediniere che zigzagavano sui lati (Pessagno a dritta, Pigafetta a sinistra), il Turbulent, provenendo dal lato sinistro della formazione (contro luna, con la luna piena: le condizioni più idonee ad evitare la scoperta) lanciò una salva di quattro siluri contro il convoglio, mirando ad una delle navi mercantili; poi scese rapidamente in profondità per evitare di essere speronato.
Il Pigafetta, trovandosi sul lato di provenienza dell’attacco, avvistò le scie dei siluri e diede l’allarme; ma per cause rimaste sconosciute, nessuna nave intraprese manovre evasive. Il risultato fu disastroso: tre dei quattro siluri andarono a segno, colpendo sia il Pessagno che il Capo Arma. Mentre quest’ultimo rimase inizialmente a galla, il Pessagno, centrato da due siluri non avvistati per tempo, uno a centro nave e l’altro a poppa (Linton, in base ai tempi delle esplosioni, ritenne invece che il cacciatorpediniere fosse stato colpito da uno dei siluri che, per difetto del giroscopio, aveva dapprima fatto un giro in cerchio, rischiando di colpire lo stesso Turbulent), fu dilaniato dall’esplosione del deposito munizioni centrale ed affondò in meno di un minuto nel punto 33°15’ N e 19°25’ E, a 85 miglia per 332° da Bengasi (per altra fonte, 70 o 78 miglia a nord/nordovest di Bengasi), portando con sé i due terzi del suo equipaggio. Erano le 3.15.
Mentre il Gualdi proseguiva da solo – fu poi raggiunto da due cacciasommergibili inviati da Bengasi, che ne assunsero la scorta –, il Pigafetta si fermò sul luogo del siluramento e trasse in salvo gli 86 sopravvissuti del Pessagno (due ufficiali, 10 sottufficiali e 74 tra sottocapi e marinai), tra cui il comandante Dallai.
I morti e i dispersi furono 159, tra cui 7 ufficiali.

http://conlapelleappesaaunchiodo.blogspot.it/2016/12/emanuele-pessagno.html

 

Alla fine questa sciagura farà conteggiare 2318 morti e la perdita, nell’ordine, delle navi: PolaFiumeZaraVittorio Alfieri e Giosuè Carducci.

fonte: http://www.marina.difesa.it/storiacultura/storia/accaddeil/Pagine/1941_03_28.aspx

 

L'A.N.M.I. Carrara ricorda i marinai carraresi caduti nella battaglia di Matapan a cui tributa tutti gli ONORI .

Incrociatore Pola:    Sgt Elettr. CACCIANTI  Nelso nato 25.03.1916.

Incrociatore Zara:   Asp. GM BUCALASSI Giuseppe nato 25.01.1917 ; Sc Cann. MENCONI Sirio nato 02.09.1915;
                                       Marò MENGONI Domenico nato 05.12.1919.

Incrociatore Fiume:  Marò SQUASSONI Dante nato 20.02.1919

Si prega di comunicarmi eventuali errori nelle descrizione dei fatti.