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La biografia firmata da Pier Paolo Cervone per Mursia del Capo di Stato Maggiore della Marina militare e primo e unico Duca del Mare.

Fu primo e unico Grande Ammiraglio e Duca del Mare. Nobile piemontese, casato di origine nizzarde, natali torinesi, fedele ai Savoia, Paolo Thaon di Revel (1859-1948) è stato probabilmente uno dei migliori ammiragli italiani. Non a caso ha dato il nome al primo dei nuovi pattugliatori veloci della Marina, varato il 15 giugno scorso al Muggiano della Spezia da Fincantieri.

 

Una vita non facile

Probabilmente, fu un predestinato. Figlio del conte Ottavio, ministro delle Finanze del Regno, amico di re Carlo Alberto, senatore e firmatario dello Statuto, Paolo Thaon di Revel poteva vantare tra i suoi avi due viceré di Sardegna, luogotenenti generali, cavalieri della Santissima Annunziata, senatori, ministri, prefetti, governatori (Torino, Asti, Tortona, Sassari, Genova). E soprattutto militari, ancorché di terra. Nobile e massone - si diceva che per far carriera in Marina servivano schiatta e grembiule -; eppure, nel leggere la biografia di Pier Paolo Cervone (Thaon di Revel. Il grande ammiraglio; Mursia), non sembra abbia avuto una vita facile.

Mas in azione nel Mare Adriatico

Orfano di padre a tredici anni, studi a Torino e a Genova, poi la Scuola della Marina, le campagne d’istruzione, gli imbarchi, il giro del mondo col Garibaldi. Sempre in mare, salvo la parentesi d’ufficiale d’ordinanza del principe Eugenio di Savoia a Torino. Sarà anche aiutante di campo di re Umberto I e si sposerà con Irene di Enrico Martini di Cigala e Cocconato (avranno due figlie), il cui prozio acquisito era Carlo Pellion di Persano, l’ammiraglio della disfatta di Lissa.
L’onta di Lissa
Proprio l’onta di Lissa, la flotta del Regno piegata da quella austriaca il 20 luglio 1866, è un punto fermo nella vita militare di Revel, che farà il possibile per fare risorgere la Marina. Ci proverà (e ci riuscirà), quando, dopo aver preso parte agli aiuti a Messina terremotata, aver comandato l’Accademia navale di Livorno ed essersi distinto nella guerra italo-turca, diventa capo di Stato Maggiore. Il n. 1 della Marina, a 54 anni.
Vede lontano, capisce che la guerra sull’Adriatico sarà una guerriglia di azioni rapide, con naviglio leggero, sommergibili, aerei. Ma si scontra con Luigi Amedeo di Savoia Duca degli Abruzzi, che vuole a capo della flotta, ancorato a strategie più antiche. Fuoco amico, che si aggiunge alle perdite inflitte dagli austriaci, agli attentati e sabotaggi. Così, il 1° ottobre 1915, Revel si dimette. “Maestà, devo combattere e guardarmi dagli austriaci, dagli Alleati e dagli ammiragli italiani. Le assicuro che i primi mi danno meno fastidio degli altri due…”.

il 10 giugno 1918: la corazzata austriaca Santo Stefano, già inclinata, sta per affondare

L’amicizia con il Vate

Va a dirigere il Dipartimento di Venezia, ed è forse la sua fortuna. Conosce D’Annunzio e insieme trasformano la città lagunare in un laboratorio della nuova guerra aeronavale. Si apre l’era vincente dei Mas, dei barchini e delle mignatte. Ma Revel - nel frattempo tornato a capo del Corpo - è anche fautore del salvataggio dell’esercito serbo in ritirata di fronte agli austriaci, padre dei treni armati della Marina per la difesa della costa e angelo custode di Venezia, che difenderà ricorrendo ai marines della Brigata Marina (ricorrono i 100 anni del Reggimento S. Marco). Una linea inviolata, quella lagunare che, insieme a quella del Piave sarà determinante per la vittoria.
Ammiraglio per meriti di guerra, Revel è strenuo difensore del Patto di Londra, contesta come delegato navale alla Conferenza di pace di Versailles la debolezza italiana (la Dalmazia non va persa) e si dimette ancora. Diventa senatore e, quando Vittorio Emanuele lo vuole ministro della Marina col primo governo Mussolini, obbedisce. E’ distante anni luce dalle camicie nere, “eppure sopporta”, scrive Cervone. E’ nominato Duca del Mare, Grande Ammiraglio. Si circonda delle migliori teste, comincia a lavorare, ma non lo farà per molto. Il Duce vuole al vertice militare un generale dell’Esercito, esalta l’Aeronautica, proibisce alla Marina le portaerei; c’è la crisi di Cipro, Ciano che sgomita. E Revel si dimette, il 9 maggio 1925, per la terza volta. “Ha sempre le dimissioni in tasca”, dirà Vittorio Emanuele III.

Artiglieri di Marina appoggiano le truppe di terra dopo la disfatta di Caporetto

Accusato e scagionato

Da qui in poi l’ammiraglio diventa monumento di se stesso. Titoli, cariche, la presidenza del Senato. Guarda con scetticismo all’entrata in guerra dell’Italia e sarà tra coloro che cercheranno di convincere Vittorio Emanuele a togliere di mezzo Mussolini a fronte dell’imminente sconfitta. Inascoltato, come il suo suggerimento di nominare premier Enrico Caviglia anziché Badoglio, l’uomo della disfatta di Caporetto. Resta al suo posto all’Armistizio, non aderisce alla Rsi, ma dopo l’esilio di Umberto II (glielo sconsigliò) e l’esito del referendum la macchia del fascismo gli riserverà il dimenticatoio. “Ma chi non era fascista al tempo, forse non era fascista anche Badoglio?”, scrive l’ex Capo di Stato maggiore della Marina e della Difesa Luigi Binelli Mantelli nella prefazione del libro di Cervone. La Commissione per l’epurazione lo accuserà per poi scagionarlo nel 1945 da ogni addebito. Lui non si difenderà. Forse, per la prima volta in vita sua.

 

Articolo della Stampa di Torino
THAON DI REVEL-IL GRANDE AMMIRAGLIO
DUCA DEL MARE